martedì 1 gennaio 2013
Elezioni in Sicilia, riflessioni di Dario Miccheli Segretario Generale SICEL
VENTO FORTE
Ieri sera ascoltavo e vedevo le varie trasmissioni televisive riguardanti le elezioni siciliane e mi sono commosso.
Era incredibile vedere che i convenuti riflettevano su tutto l’accaduto, senza prendere in considerazione il vero dato obbiettivo, la caduta, prevista e prevedibile , della credibilità dei politici, l’astensionismo.
Quanto rumore fa il silenzio di chi cova il rancore?
Quanto forte è il vento che tira quando il silenzio disperato diventa negazione?
Quanto è forte la rabbia di chi abiura il diritto di scegliere, catalogando il tutto come drammaticamente uguale?
Questa è la chiave di lettura di quello che è successo in Sicilia, un voto politico chiaro e forte, un no totale senza remissioni un messaggio senza possibilità di riscatto, avete stufato e non solo per la messe del movimento cinque stelle ma, soprattutto, per l’astensionismo.
Tutti bocciati, tutti senza futuro i politici di mestiere, con un vincitore che non sa come governare e un’opposizione che è comunque delegittimata da quasi il sessanta percento di astensioni.
Il popolo non perdona l’incapacità e le ruberie, la recessione e la disoccupazione, la mancanza di futuro non solo per chi vorrebbe lavorare, ma anche per chi ora lavora.
Nei programmi dei partiti non c’è vera soluzione ai problemi di chi è disoccupato e di chi, pur lavorando, non arriva più a fine mese.
Le elezioni siciliane sono il primo atto di vendetta del popolo nei confronti di chi è stato solo capace di abiurare ai loro poteri e li ha sottoposti a subire quella pressione fiscale che ci sta uccidendo, è assurdo morire di tasse, il governo monti e il drammatico, trasversale appoggio di maggioranza e opposizione al governo tecnico, ha dimostrato l’ incapacità dei partiti a guadagnarsi gli esosissimi stipendi parlamentari, dimostrando l’inutilità degli stessi e ha scatenato negli elettori, la voglia di mandarli finalmente a lavorare sul serio e non sulle nostre tasche e sulle nostre vite come hanno fatto fino ad ora.
Si è alzato il vento, non si fermerà, spazzerà via tutte le fogli morte di questa repubblichetta di vassalli e valvassori, di corrotti e corruttori, eliminando la possibilità di vivere alle spalle dei cittadini, il vento tira e s’ingrossa come un mare in tempesta, come un uragano omicida pronto ha purificare il marcio spazzandolo via.
Vento di popolo, vento di Dio.
DARIO MICCHELI
29 OTTOBRE 1975 - 29 OTTOBRE 2012...CAMERATA ZICCHIERI...PRESENTE!!!
La famiglia Zicchieri abitava in un appartamento, al secondo piano con due camere più servizi, in via Dignano d’Istria 29, borgata Prenestina periferia di Roma, una traversa stretta e tortuosa. Il marito, Germano, lavorava alla Stefer, azienda tranviaria, come impiegato. Taciturno e democristiano convinto. La moglie, Maria Lidia, invece, lavorava come commessa in una pasticceria di via Po, da “Pasquarelli”.Le figlie, Monica e Barbara, rispettivamente di 13 e 12 anni, frequentavano la scuola in via Aquilonia, dove le medie e il liceo erano completamente attaccate. Infine, l’unico figlio maschio, Mario, 17 anni, studente al terzo anno del corso per odontotecnici presso la scuola Eastman di via Galvani. Spesso l’orario di lezione si allungavano fino a tardi pomeriggio per le esercitazioni di laboratorio. Aveva fatto il boy scout, era iscritto alla palestra pugilistica di Angelino Rossi e al Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, presso la sezione di via Erasmo Gattamelata, nel cuore di uno dei più popolosi quartieri della Capitale, una specie di avamposto nel deserto dei tartari.La simpatia per il fascismo era arrivata a Mario non solo dal lato materno, il nonno di Maria Lidia, Bonifacio Albanesi, era podestà della cittadina sul litorale romano, Terracina, un personaggio sanguigno e forte, ma anche attraverso un’altra figura decisiva, il maestro elementare, un ex simpatizzante della Repubblica di Salò. In sezione tutti lo chiamavano “Cremino”. Quel soprannome non derivava dal colore della sua carnagione, ma dal fatto che era troppo goloso dell’omonimo gelato algida. Una settimana prima dell’agguato, Mario, era andato a raccogliere le firme per una petizione popolare che chiedeva l’istallazione degli impianti di illuminazione nel quartiere, insieme ad un altro missino e amico inseparabile, Marco Lucchetti.Era cresciuto in Australia dove il padre era emigrato come manovale. Ritornato a Roma, si era avvicinato al sezione del Msi per fare amicizia e per ambientarsi. Intanto da giorni la guerriglia per il controllo del territorio era imperversa. Apparvero molte scritte sui muri ad opera di Avanguardia Operaia, persino sotto casa di Cremino: “Fascisti a Morte” con falce e martello. Il 29 ottobre 1975 la scuola in via Galvani era in sciopero e Mario per arrotondare la paghetta aveva deciso di intrattenere per qualche ora il cuginetto. Gli zii più volte lo invitarono a fermarsi da loro ma Mario aveva degli impegni da rispettare. Infatti la sera prima era stato a cena insieme ad altri missini per organizzare un volantino per ricordare l’assassinio di Sergio Ramelli, preparare la manifestazione a favore degli sfrattati e aspettare il falegname per cambiare la serratura della sezione. Spesso era proprio Mario che disegnava i volantini, con lo stilo d’acciaio direttamente sulla matrice di cera.Non era facile con la pallina tonda del pennino, bisognava stare molto attenti, anche se Mario era già abituato con i ferri da odontotecnico. Cremino era in sezione, davanti al ciclostile che sputava inchiostro e divorava carta. Alcuni missini, guardando la strada lo invitarono ad uscire per guardare delle ragazze. Marco Lucchetti era già sulla soglia della porta ed uscirono. Nemmeno a cinque metri dal marciapiede della sezione ad attenderli una macchina, 128 verde targata Roma M 92808, con il motore acceso. Scesero due persone, pochi passi e spararono con fucili a pompa, cartucce da caccia misura 00, una pioggia di pallini, da quella distanza non vi era scampo. Mario fu il primo a essere ferito, colpito alle gambe e al pube, avvitandosi su se stesso cadde a terra agonizzante.L’altra fucilata, invece, fu per Marco Lucchetti, colpito, invece, alle gambe e a una mano, non in pericolo di vita. Il più grave era Cremino. Gli assassini avevano mirato al basso ventre, l’arteria era recisa e nel giro di pochi secondi già era in un lago di sangue. Il primo a soccorrerlo fu il tappezziere che aveva la bottega proprio al fianco della sezione missina. Subito si rese conto del problema dell’emorragia. Corse in negozio prese un giornale per tentare disperatamente di bloccare il sangue con dei tamponi improvvisati premendo sul bacino. Ma Mario era in stato di semincoscienza e quando fu trasportato all’ospedale era già clinicamente morto. Aveva appena 17 anni. Proprio in quel momento, mentre partivano le fucilate, si trovava di passaggio un aviere in servizio, Vincenzo Romani. Il militare si lanciò con la propria vettura all’inseguimento, ma dalla 128 si abbassarono i finestrini e spuntarono di nuovo le armi. Il militare fu costretto a ritirarsi.Al capezzale di Lucchetti, il padre, Alessandro, con il torace fasciato per le fratture che si era procurato in un incidente sul cantiere. La madre di Mario fu avvertita dal cognato mentre si trovava in pasticceria; il padre, invece, nella sua abitazione, poco dopo il rientro dall’ufficio, da un giornalista, subito colto da malore. I solenni funerali furono organizzati nella chiesa di San Leone Magno, al Prenestino, il 31 ottobre 1975 alle ore 16:00. Migliaia di persone arrivarono in corteo da via Erasmo Gattamelata, letteralmente ricoperta di fiori e di corone. Come al solito fu un rito di casa missina. In testa il segretario Almirante, Buontempo e D’Addio, parlamentari del partito e consiglieri comunali. Tutti i ragazzi indossarono la fascetta del Movimento. In chiesa numerosi cartelli, quello più significativo del Fronte della Gioventù: “ Mario aveva sedici anni, voleva vivere, voleva cambiare questa sporca Italia”. Si presentò anche la fidanzata di Mario per la prima volta alla famiglia.Da via dei Volsci, sede di Autonomia San Lorenzo, un drappello di agitatori cercò più volte di interrompere la cerimonia. La situazione degenerò in assalti e contrassalti. Circa cinquecento missini, guidati da Signorelli e D’addio, si diressero verso il centro per assaltare il Ministero dell’Interno in via del Viminale, la sezione del Pci di via Cairoli, la sezione di lotta Continua in via dei Piceni. Quattro sconosciuti, a bordo di una Bmw, aggredirono a colpi di pistola, la sezione missina in via Etruria vicino a San Giovanni. Una 128 con quattro neofascisti fu data alle fiamme, per fortuna gli occupanti riuscirono miracolosamente a mettersi in salvo. Nella notte, i militanti missini, affissero in tutta la città manifesti in onore a Mario. Anche il Sindaco, Clelio Darida, dedicò la seduta alla giovane vittima. Germano Zicchieri, dal giorno della morte del figlio, il suo sguardo si era pietrificato, era entrato in un tunnel, in un calvario di depressione che lo portò alla morte nel 1996. Monica e Barbara, le sorelle, con il contatto obbligato con i più grandi diventò per loro un inferno.Addirittura inseguite, spintonate e insultate da alcuni ragazzi della sinistra extraparlamentare del liceo. Furono costrette a perdere l’anno scolastico e a iscriversi presso un nuovo istituto. Maria Lidia, invece, fu licenziata dalla pasticceria, per fortuna trovò occupazione in una fabbrica a Pomezia grazie all’aiuto di Michele Marchio, avvocato del Msi. Si costituì parte civile nel processo giudiziario per la morte del figlio. Lo Stato fu assente. Ancora una volta non si videro assistenti sociali, istituzioni, psicologi, nessuno. Completamente abbandonati al loro dolore. Il 2 gennaio 1978 fu devastata la lapide che i giovani del Fronte avevano affisso sul muro di via Gattamelata: un chilo di polvere da mina e venti per cento di tritolo. Il 16 luglio dello stesso anno un’altra bomba esplose contro la sezione Prenestino. Intanto, la magistratura brancolava nel buoi.Una descrizione approssimativa dei due assassini venne data dall’aviere e da Marco Lucchetti proprio durante il periodo di degenza. Il Questore, in un primo momento, aveva battuto la pista dei Nuclei Armati Proletari suscitando l’ira di Lotta Continua. In mancanza di necessari riscontri il giudice D’Angelo fu costretto ad archiviare l’inchiesta. Solo sette anni dopo, nel 1982, durante il processo Moro, le dichiarazioni di una brigatista pentita, portarono alla riapertura del caso. Emilia Libera sostenne che uccisero Mario Zicchieri per essere promossi brigatisti. In una riunione ristretta del Comitato Comunista di Centocelle si era parlato dell’omicidio Zicchieri. Gli esecutori furono Bruno Seghetti, Germano Maccari e Valerio Morucci detto Pecos, anni dopo considerati tutti organizzatori del sequestro Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse durante i cinquantacinque giorni del 1978. Le conferme arrivarono anche da altri brigatisti, Walter Di Cera e Antonio Savasta.Il giudizio per Zicchieri fu inserito all’interno del processo Moro, insieme a tutti gli altri delitti compiuti dalle Formazioni Comuniste Armate, ribattezzate Fac. La richiesta di rinvio a giudizio fu per omicidio premeditato. Il 20 febbraio 1986 la seconda Corte d’Assise di Roma, presieduta da Sorichilli, emise il verdetto: assoluzione piena per non aver commesso il fatto. Sconcerto per la famiglia e per la parte civile. Il processo di secondo grado si svolse meno di un anno dopo. Sette ore di camera di consiglio, il rappresentante della pubblica accusa, Procuratore Generale Labate, chiese e ottenne l’assoluzione per insufficienza di prove. Nel settembre dello stesso anno venne incredibilmente bocciato il ricorso in Cassazione e per la parte civile non ci fu più nulla da fare. I tre brigatisti furono condannati per altri reati ma non per l’omicidio di Mario. Strano che un personaggio chiave come l’aviatore, testimone oculare dell’omicidio in via Gattamelata, non fu mai ascoltato dalla Corte
Roma, 29/10/2012
I CAMERATI!!!
Movimento Patria Nostra:La legge Aprea e lo smantellamento della scuola pubblica
Già da diversi anni i governi procedevano, a suon di riforme, verso il progressivo smantellamento della scuola pubblica, divenuta da istituzione a ricettacolo per ragazzi indolenti. Eppure la legge Aprea( così chiamata dal nome della deputata che la presentò nel 2008) neppure Berlusconi se l'era sentita di prenderla in considerazione; invece Monti e i suoi hanno pensato di approvarla, addirittura velocizzando la procedura tramite deliberazione diretta della commissione nel primo ramo del Parlamento. Ed è così che, puntualmente, si sono ritrovati concordi il pdl ed il PD nell'ennesimo spudorato attacco alla dignità di una Nazione che, tra cessioni di sovranità economica, politica e giurisdizionale all'unione europea, e continua liberalizzazioni in favore di caste e privati senza scrupoli, adesso si vede defraudare della potestà educativa e formativa dei ragazzi, in virtù di un altro decisivo passo verso la privatizzazione dell'ordinamento scolastico. Infatti, se l'autonomia regolamentare, da una parte, favorirà l'accentuazione dell'indipendenza dei singoli istituti di istruzione, dall'altro aprirà le porte ad infiltrazioni di imprenditori ed altri speculatori che potranno sostituire il pubblico nell'ambito dei finanziamenti alla Scuola. Se consideriamo, poi, che persino la disciplina del consiglio di istituto sarà deferita allo statuto scolastico, non c'è da meravigliarsi se un bel giorno si deciderà di abolire la rappresentanza studentesca all'interno degli istituti, piuttosto che la possibilità, sempre per gli studenti, di interloquire con i professori o con i dirigenti scolastici; ciò, chiaramente, a vantaggio di lobbies economico-politiche che potranno infiltrare anche gli organi che prima erano rappresentativi degli studenti e che ormai saranno alla mercè del primo arrivato. Tutto quanto sopra, ovviamente, frutto di una maggioranza trasversale e bipartisan decisa più che mai a penalizzare i più deboli ed a tutelare gli interessi dei più forti, eliminando qualsiasi punto di riferimento per chi, soprattutto tra i giovani, spera ancora di trovare in Italia uno sbocco alle proprie aspirazioni, ma deve fare i conti con una realtà clientelare legata alle consorterie piuttosto che agli interessi del Paese.
Giustino D'Uva
Presidente Giovani Lupi Italiani
Coordinamento Giovanile del Movimento Patria Nostra
Movimento Patria Nostra Isernia: Il Molise la regione più piccola e la più particolare del Bel Paese
Il Molise, oltre ad essere una regione tra le più piccola d'Italia é, forse, la più particolare del Bel Paese. Perciò non c'è da meravigliarsi se il popolo molisano sia perennemente in controtendenza rispetto alle vicende che caratterizzano il resto d'Italia: così come non c'era da meravigliarsi se i prodi garibaldini, giunti con spensieratezza e serenità in territorio molisano, venivano puntualmente bastonati e ricacciati indietro dai fieri molisani che non volevano saperne di lasciare che il glorioso Regno delle Due Sicilie venisse smembrato dall'invasore. Allo stesso modo, non c'è da stupirsi se all'indomani della I Guerra Mondiale i notabili liberali, incalzati in tutta Italia dall' incedere inesorabile di socialisti e popolari, godessero ancora della incondizionata fiducia di tutti i molisani. Per cui, nel 1922, saliti al potere Mussolini e i fascisti, un pezzo di storia politica nel piccolo Molise fu soppiantata da un trapasso dal liberalismo al fascismo improvviso e senza soluzione di continuità; eppure era come se poco fosse cambiato: così come quando il fascismo cadde e, di punto in bianco, il Molise, da saldo baluardo fascista, divenne avamposto d'acciaio dei democristiani, e lo rimase per 60 anni, senza che i comunisti(gente troppo estrosa per la mitezza e la moderatezza dei molisani) riuscissero mai a scalfire un regno bianco che sembrava inespugnabile. E alla luce di questo, alla luce della ritrosia dei molisani al cambiamento e agli stravolgimenti storici, del loro attaccamento a schemi tradizionali e ormai retrogradi, non c'è da stupirsi nemmeno se, a distanza di quasi vent'anni da "mani pulite", alle scorse regionali a fronteggiarsi, da destra e persino da sinistra, sono stati due democristiani di ferro; ebbene si, gli stessi comunisti, rassegnati o consapevoli della loro irrimediabile inesistenza, hanno preferito piegarsi nuovamente alla infinita e retriva tradizione politica molisana che non accetta modifiche dello status quo. E allora non c'è da meravigliarsi se un certo Michele Iorio, già sindaco democristiano 25 anni fa, faccia il presidente della regione da oltre dieci anni e se il suo principale oppositore sia uno dei suoi sodali dell'ultim'ora, passato alla spicciolata dall'altra parte della barricata. E non é tutto. Basti pensare che il Molise, da sempre tra le regioni politicamente più interessanti, è stato protagonista in tempi non sospetti di ben due ribaltoni regionali, in seguito ai quali si resero necessarie modifiche alle leggi elettorali, recepite poi dagli statuti di tutta Italia. Ma il Molise é anche la Regione delle calamità proficue, con un terremoto costato diverse vittime innocenti, ma anche diversi milioni di euro stanziati per la ricostruzione post-sismica ed usati per fini tutt'altro che edilizi; ed è la regione del l'elezione a consigliere regionale con 500 voti, dei gruppi consiliari unicellulari che spendono e spandono, dei rimborsi agli assessori della benzina già pagata con i soldi pubblici, delle indennità tra le più alte di Italia e dei familismi; delle clientele spudorate, del voto di scambio come prassi, della gente che pretende qualcosa in cambio prima di promettere la preziosa preferenza, degli eterni riciclaggi politici, dei trombati messi a capo degli enti sub-regionali, dei contratti interinali pre-elettorali, delle società partecipate e degli imprenditori immortali. Il Molise é la regione dell'abuso d'ufficio, dello strapotere dei politici, della concussione, ma è anche la regione del commissariamento: perciò accade che la sanità sia commissariata ed il commissario sia il colpevole del dissesto; accade che le amministrazioni comunali cadano come foglie secche e che il patto di stabilità sia solo una perifrasi da non contemplare nella gestione delle finanze pubbliche; il Molise é la regione dell'auditorium costato 50 milioni di euro, mai completato e dismesso prima ancora di essere utilizzato. E tutto questo mentre il contribuente paga tasse altissime, mentre la disoccupazione è a livelli inimmaginabili nel resto d'Italia e i giovani devono emigrare per costrizione.
QUESTO E' IL MOLISE, E SE I MOLISANI NON VOGLIONO CAMBIARLO, EVIDENTEMENTE TANTO MALE NON STANNO E NON SONO MAI STATI!!!
Giustino D'Uva
Presidente Giovani Lupi Italiani
Coordinamento Giovanile Movimento Patria Nostra
FORZA NUOVA E MOVIMENTO PATRIA NOSTRA IN PIAZZA A BUSTO.
Forza Nuova Varese e Movimento Patria Nostra Varese, hanno effettuato a Busto nella centralissima Via Milano un attivo presidio propagandistico. Ancora una volta, i due movimenti si sono ritrovati in piazza per parlare con il popolo su varie tematiche: dalla crisi economica alle problematiche riguardanti il mondo del lavoro; dalla situazione politica precaria alle campagne di sensibilizzazione. Argomento importante trattano durante il presidio, il progetto proposto da FN Varese “Resque Precarity” finalizzato ad arginare la precarietà lavorativa, in special modo per quanto riguarda i lavoratori interinali. Forza Nuova Varese e MPN Varese dimostrano, ancora una volta, che la vera politica si fa al fianco dei cittadini, parlando con loro e spiegando quali sono i mali del nostro paese e quali sono le soluzioni, al contrario tanti altri movimenti e partiti che preferiscono fare politica all'interno delle sezioni o dei salotti e che, invece di progettare proposte ed azioni per il popolo, progettano solo strategie elettorali e di guadagno, dimenticando che il popolo, la nazione, hanno bisogno di idee e proposte e non di alleanze e iniziative atte solo a superare il quorum per aggiudicarsi qualche "scanno" all'interno delle due Camere o in qualche consiglio Regionale o Comunale. FN e MPN continueranno a scendere in piazza e a lottare per il popolo, perchè sono parte di esso e vogliono dimostrare, con le loro azioni, ai cittadini che c'è ancora qualche movimento politico che lotta per loro!
MOVIMENTO PATRIA NOSTRA VARESE
FORZA NUOVA VARESE
SPENDING REVIEW...E LA MACELLERIA SOCIALE CONTINUA!
Ormai è palese che l'attuale governo dei tecnici, non ha assolutamente a cuore il futuro degli Italiani, ma solo e soltanto interessato a difendere gli interessi degli amici politici e banchieri. L'ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, è lo Spending Review, ovvero l'ultimo colpo (in ordine di tempo) sferrato contro i lavoratori Italiani. Non contento di aver peggiorato le condizioni di pensionati, aziende, lavoratori del pubblico impiego e privato, distrutto l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori...ecco che il Governo tecnico presenta una nuova arma di distruzione di massa. Questa "arma" ha permesso al Governo Regionale Presieduto dalla Sig.ra Polverini poco prima di chiudere il sipario, costringe le ASL a ridurre il 5% del costo di servizi e forniture erogati da società in appalto, chiaramente il tutto è ricaduto sui lavoratori. Per alcuni ci sarà la diminuzione degli orari di lavoro, quindi dello stipendio che di suo è già misero, per altri addirittura potrebbe manifestarsi lo spettro del licenziamento. Per chi riesce a sopravvivere a questa terribile mannaia, esternizzato o pubblico che sia, si prospetta un carico di lavoro sicuramente maggiorato. Non bastava i tagli del passato a ospedali, posti letto, chiusure pronti soccorsi, chiusura reparti (salvo riaprirli alla bisogna del Presidente della Regione), chiusura guardie mediche...ora vedremo un peggioramento del servizio di assitenza ai malati ed utenti in generale, del servizio di pulimento ed igienizzazione delle strutture sanitarie. in conclusione ci viene logico pensare che per il Governo Monti l'importante è tagliare, anche se questo dovesse compromettere l'assistenza sanitaria, quindi la salute degli italiani e il futuro dei lavoratori. Ormai la strada che il Governo vuole seguire è chiaro: Tagli e Privatizzazioni!
il SICEL si oppone a questo massacro del popolo Italiano e invita gli Italiani a ribellarsi per sovvertire lo stato delle cose! Fin quando tollereremo costoro si sentiranno autorizzati a preseguire e ad accrescere la "macelleria sociale"!
NON SI PUO' PIU' TOLLERARE! NON SI GIOCA CON LA SALUTE ED IL LAVORO DEGLI ITALIANI!
SINDACATO SICEL DALLA PARTE DEGLI ITALIANI!!!
Valerio Arenare
Segretario Confederale SICEL
Vice Segretario Regionale SICEL Lazio
Ricordiamo la strage dei "Piccoli Martiri di Gorla", un attacco aereo dei "Liberatori" uccise 614 persone di cui 184 bambini
“Perché mi hai levato dal mondo?
Perché non mi hai dato la possibilità di crescere, giocare, sbagliare, sorridere, gioire.
Non mi conoscevi nemmeno, ma hai deciso per il mio destino!
E, soprattutto, hai deciso che un bambino morisse sostituendoti a Dio!
Ora sono qui, tra tante anime e da 65 anni mi chiedo perché…cosa ti ho fatto?
Ero solo un bambino!”
Valerio Arenare
La strage di Gorla o piccoli martiri di Gorla sono le denominazioni con cui vengono chiamate le conseguenza di un bombardamento aereo "alleato" che colpì la scuola elementare "Francesco Crispi" di Milano nel quartiere di Gorla, il 20 ottobre 1944, durante la seconda guerra mondiale provocando la morte di 184 bambini.Il comando alleato aveva costituito la 15ª Air Force USAAF con lo scopo di colpire gli obiettivi sensibili in tutto il sud Europa. Negli ultimi mesi del 1944, si occupava principalmente di annientare la residua resistenza delle forze italo-tedesche, dislocate nel nord Italia. Verso la metà di ottobre, dietro segnalazione della RAF, era stato affidato alla "15ª " il compito di distruggere le strutture produttive meccanico-siderurgiche che ancora operavano nella periferia settentrionale milanese, territorio facente parte della Repubblica Sociale Italiana.Nell'ambito di questa missione, il mattino del 20 ottobre 1944, dall'aeroporto di Foggia decollarono i 36 bombardieri "B-24" del 451º Bomb Group, al comando del colonnello James B. Knapp, con il compito di distruggere gli stabilimenti della Breda di Sesto San Giovanni.Fu una giornata particolarmente dura per la cittadinanza milanese, considerando che erano contemporaneamente decollati anche i 38 "B-24" del 461º Bomb Group, con obiettivo gli stabilimenti Isotta Fraschini, e i 29 "B-24" del "484º", diretti sugli stabilimenti Alfa Romeo.Mentre le missioni del "461º" e del "484º" ebbero pieno riscontro, centrando gli obiettivi assegnati e causando un limitato numero di vittime tra la popolazione civile, l'azione del "451º" fu caratterizzata da una serie di incidenti ed errori, risolvendosi in un fallimento dal punto di vista militare e, ben peggio, in una enorme tragedia umana.
Alle ore 7.58, i bombardieri del 451° Bomb Group erano decollati dalla pista dell'aeroporto di Castelluccio dei Sauri, nei pressi di Foggia. Il piano d'attacco prevedeva di raggiungere, con un largo aggiramento, il punto di riferimento iniziale, posto a circa 4 km ad ovest dal bersaglio, per effettuare una virata a sinistra di 22° e trovarsi sopra gli stabilimenti della Breda. Allo scopo di non divenire facile bersaglio per la contraerea, l'attacco venne ripartito in due successive ondate, mantenendo un'altezza di lancio pari a circa 10.000 metri.L'azione della prima ondata non ebbe successo, a causa di un corto circuito al comando di lancio del "B-24" capo formazione che attivò improvvisamente e prematuramente la procedura di lancio, subito imitata dai rimanenti piloti della formazione seguente. Le bombe, fortunatamente, finirono in aperta campagna senza provocare vittime.La seconda ondata, probabilmente per l'errata trascrizione o interpretazione delle coordinate in codice, una volta raggiunto il punto iniziale sopra Milano, virò per 22° a destra invece che a sinistra. Quando l'errore venne rilevato, era ormai troppo tardi per cambiare direzione ed impossibile effettuare un secondo volo di allineamento. Il carico di bombe, ormai tutte innescate, impediva, per ragioni di sicurezza, l'atterraggio del bombardiere alla base; il comandante, invece di liberarsi del carico sganciando le 342 bombe da 500 libbre durante il viaggio di ritorno sulla campagna cremonese o sull'Adriatico, decise di disfarsene immediatamente, facendole cadere sul centro abitato sottostante.Alle ore 11.29 gli abitati di Gorla e Precotto furono investiti da quasi 80 tonnellate di esplosivo.La maggior parte delle bombe raggiunse il quartiere milanese di Gorla. I danni furono ingenti e numerose le vittime, nonostante buona parte della popolazione avesse raggiunto i rifugi antiaerei, avvertita dal primo allarme delle ore 11.14 e dal successivo delle 11.24. Uno degli ordigni, fatalmente, centrò il vano scale della scuola elementare "Francesco Crispi", raggiungendo il rifugio sotterraneo dell'edificio e causando la morte di 184 bambini e dell'intero corpo docente. Nella città di Milano, in quel funesto 20 ottobre, furono 614 le vittime estratte dalle macerie, oltre ad alcune centinaia di feriti ealle decine di scomparsi, presumibilmente polverizzati dalla vicinanza alle esplosioni.Sul terreno dove sorgeva la scuola elementare, concesso dal Comune di Milano ai parenti delle vittime, venne innalzato il monumento ossario intitolato ai "Piccoli Martiri di Gorla", realizzato dallo scultore Remo Brioschi ed inaugurato nel terzo anniversario della strage.Nella cripta, durante gli anni successivi vennero trasferite, a gruppi, le spoglie dei bambini morti a Gorla in seguito al bombardamento e dei loro insegnanti.Il piccolo corridoio centrale è dominato dall'iscrizione: "E vi avevo detto di amarvi come fratelli".La scuola elementare riedificata a Gorla venne dedicata ai Piccoli martiri di Gorla, denominazione successivamente scomparsa nell'accorpamento scolastico.(20/10/2011)
Per non dimenticare!!!
Valerio Arenare
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